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Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna.

Buongiorno amici e buona giornata nella gioia del Signore Risorto. Oggi chiamati perché il Padre, con la risurrezione del suo Figlio, ha ricolmato di gioia la Chiesa, rendendola segno di luminosa speranza per gli uomini immersi nel dubbio e nell’angoscia: Nel Padre, fonte della vita, ascoltaci. Preghiamo per la pace nel mondo e per tutte le necessità dell’umanità. La reazione della folla al miracolo della moltiplicazione dei pani era stata deludente perché aveva inquadrato Gesù esclusivamente nell’ottica del taumaturgo che procura pasti facili e gratuiti; anzi addirittura vuole proclamarlo re, anche per scrollarsi di dosso il pesante giogo romano. Gesù interviene per correggere questa falsa interpretazione: “Datevi da fare (ergàzesthe) non per il cibo che perisce, ma per quello che dura per la vita eterna”. La folla pensa che Gesù stia chiedendo di compiere “opere” (al plurale), cioè opere di bene o opere penitenziali: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. Gesù risponde sottolineando una sola opera: “Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”. Credere, dunque! L’evangelista Giovanni non usa mai la parola fede, ma 98 volte il verbo credere. Questo è il portale d’ingresso per avvicinarci e incontrare Gesù; questa è la giusta luce per inquadrare il mistero del pane eucaristico. Credere in Dio vuol dire appoggiare tutta la vita esclusivamente in lui, perché egli “è scoperto come la chiave, il centro, il fine dell’uomo, nonché di tutta la storia umana” come insegna il Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes, 10). La fede è un dono di Dio, ma è anche un impegno di risposta da parte dell’uomo. È un dono da scoprire e da meritare giorno per giorno, per reinterpretare alla sua luce tutti gli eventi piccoli e grandi del nostro vivere quotidiano. (Gv 6,22-29)

Contemplo:

È vanto della Chiesa ed è comandamento del Salvatore non pensare soltanto a se stessi ma anche al prossimo. Considera a quale dignità si eleva colui che seriamente si prende a cuore la salvezza del suo fratello.
Per quanto è possibile all’uomo, egli imita Dio stesso. Ascolta infatti ciò che egli dice per bocca del suo profeta: «Chi farà d’un ingiusto un giusto, sarà come la mia bocca».
Cioè: chi si applica a salvare suo fratello caduto nella negligenza e cerca di strapparlo dal laccio del diavolo, per quanto è possibile all’uomo, imita Dio.
C’è forse un’azione che possa paragonarsi a questa? Fra tutte le opere buone, questa è la più grande. Di ogni virtù è il culmine. Ed è naturale. Perché se Cristo ha versato il suo sangue per la nostra salvezza, non è giusto che ciascuno di noi offra almeno l’incoraggiamento della sua parola e porga una mano soccorrevole a chi per trascuratezza è caduto nei lacci del diavolo?